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Errore
Copia di Copia di Copia di Copia di Copia di Copia di Copia di Copia di CURA

Sbagliare non significa essere sbagliati.

Eppure, molto spesso, viviamo gli errori come qualcosa di cui vergognarci. Come qualcosa da correggere. Come qualcosa che ci definisce, che ci etichetta, che ci spaventa.

Ripetiamo che sbagliando si impara, ma poi non riusciamo a vivere gli errori come qualcosa di costruttivo.
Come un piccolo passo, seppur stentato, che ci avvicina a chi siamo davvero.

Ci concentriamo più sul risultato che sul percorso. Sulle pagine senza sbavature, sulle risposte giuste.
Dimenticando che l’apprendimento, per i bambini e per tutti, è fatto di tentativi, di inciampi.

L’apprendimento non è una linea dritta, ma un sentiero pieno di deviazioni, riscritture, scarabocchi.
È proprio lì, in quei passaggi imperfetti, che i bambini scoprono di potercela fare comunque e che un errore non è una fine (o la fine), ma un inizio.

Gli eroi delle storie: personaggi che sbagliano e si ritrovano
Se ci pensiamo, i personaggi che amiamo di più non sono quelli perfetti.
Sono quelli che inciampano, sbagliano strada, si perdono. E proprio così trovano qualcosa di sé.

La letteratura per l’infanzia (e non solo) è piena di figure che affrontano l’errore non come una vergogna, ma come un passaggio trasformativo.

Dorothy, nel Mago di Oz, imbocca letteralmente una strada sconosciuta.
Sbaglia a fidarsi, sbaglia a orientarsi, fraintende, si illude.
Eppure ogni deviazione la avvicina al suo coraggio, ai suoi desideri, alla consapevolezza che ciò che cerca “fuori” è già dentro di lei.
Il suo percorso è un errore dopo l’altro, ma nessuno di questi dice qualcosa di sbagliato su di lei.
Dicono solo che sta crescendo.

Pensiamo anche ad Alice, che scende nella tana del Coniglio e finisce in un mondo dove tutto le sfugge di mano: domanda male, fraintende, si arrabbia, piange, perde la misura di sé. E proprio grazie a questi errori scopre chi è davvero, riconosce i suoi limiti e la sua forza.
In un mondo assurdo, l’imperfezione è ciò che la rende autentica.

O a Pippi Calzelunghe, che sbaglia secondo le regole degli adulti, ma in realtà crea un mondo possibile dove immaginazione e libertà trovano spazio. I suoi “errori” sono in realtà sconfinamenti: atti identitari che rivendicano l’infanzia come luogo di sperimentazione.

Le storie ci ricordano che l’errore è narrazione, non identità
Ecco perché ci appassioniamo ai loro percorsi: perché riconosciamo in loro la parte di noi che tenta, sbaglia, si rialza, e diventa.

I personaggi dei libri non temono l’errore: lo attraversano.
E così facendo ci insegnano che ogni deviazione può aprire una nuova strada.
Che l’identità non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di muoversi dentro l’incertezza.

Le storie, lette insieme ai bambini, ci offrono allora un modello fondamentale: non un mondo senza errori, ma un mondo dove l’errore è un compagno di viaggio.

Gli errori, i mescolamenti, gli sconfinamenti, fanno parte dei processi identitari.

È in questo movimento che nasce la vera competenza: non quella del risultato perfetto, ma quella di chi sa attraversare la complessità, sostenere il dubbio, imparare da ciò che non funziona.

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