‘Se come dicevano i romani antichi nomen omen, ossia nel nome è iscritto il destino individuale, che destino potevano avere i bambini del padiglione se persino il loro nome di battesimo era stato cancellato dalla vita quotidiana?’
Il nome è il primo gesto con cui il mondo ci riconosce. È la traccia iniziale di una storia che può essere raccontata, ricordata, tramandata.
Un bambino senza nome è un bambino non ancora pienamente entrato nel linguaggio, nella relazione, nello sguardo dell’altro. È un’esistenza che fatica a diventare racconto.
Senza nome non c’è appello, non c’è invocazione, non c’è risposta.
Dare un nome (e chiamare) significa dire: ti vedo.
Significa collocare qualcuno in una rete di legami, di aspettative, di possibilità.
È il primo spazio psichico offerto a un essere umano.
Quando quel nome viene cancellato — per abbandono, istituzionalizzazione, trascuratezza, violenza o silenzio — anche il destino rischia di diventare opaco, indistinto. Non perché sia già scritto, ma perché manca qualcuno che lo possa chiamare alla luce.
Prendersi cura dell’infanzia significa anche questo: restituire nomi, parole, narrazioni. Offrire la possibilità di essere detti, e quindi pensati.
