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Uno diviso due
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Il primo moto che orienta i legami tra i fratelli non è quello della fratellanza o della sorellanza ma quello dell’odio e dell’inimicizia; l’odio, come ripete Freud, è più antico dell’amore, il ripudio del fratello o della sorella più originario rispetto alla loro accoglienza. Questo per una ragione evidente: la nascita del fratello o della sorella impone un decentramento inevitabile alla vita del figlio, il quale è costretto a esporsi giocoforza al regime plurale del due, all’impossibilità di essere un uno indiviso, un uno tutto solo. Se l’odio viene prima dell’amore è perché nell’incontro con l’esistenza separata di un fratello o di una sorella s’impone la difficile e necessariamente tortuosa esperienza del lutto dell’uno.
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Avere lo stesso sangue può illudere che la fratellanza o la sorellanza siano dei legami già istituiti per legge di natura. Ma né la biologia, né l’anatomia, né tantomeno il sangue possono rispondere davvero alle domande “Che cosa significa essere padre o madre?” o “Che cosa significa essere fratelli o sorelle?”.
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Uno dei compiti più difficili che attende i genitori è, dunque, quello di favorire una fratellanza o una sorellanza virtuosa, non eccessivamente corrotta dalle dinamiche aggressive che originariamente tendono ad accompagnarla. Si tratta di non incentivare la lotta tra i fratelli calmierando la loro rivalità e incoraggiando la loro cooperazione fondata sul riconoscimento
della differenza dei talenti e delle vocazioni. Tuttavia, questo non può mai avvenire attraverso una predicazione persuasiva ma solo assumendo una postura che dovrebbe ribadire e assicurare a ogni figlio o figlia la sua assoluta insostituibilità nel desiderio dei genitori.
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L’errore perverso di Eva che si riflette tragicamente in Caino è quello di averlo amato come se fosse il proprio uomo, incentivando nel figlio l’illusione di essere non tanto unico – come sono tutti i figli per il desiderio di una madre – ma “l’Unico”. Diversamente, il lavoro dei genitori dovrebbe favorire in ogni figlio il sentimento di essere figli unici non nell’ordine del numero, ma in quello relativo al carattere insostituibile della loro vita.

Massimo Recalcati, Uno diviso due

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